HO FATTO UN SOGNO
In una delle mie tante notti estive (che, fortunatamente, per lo più sono state ininterrotte, pacate e serene come non lo erano più da molto, molto tempo), ho fatto un sogno.
Un brutto sogno.
Dunque un incubo.
Un incubo lungo, lunghissimo, che sembrava durare mesi.
Nove interminabili mesi.
Come un anno scolastico.
All’inizio del sogno era settembre, e io rientravo a scuola.
Ma ancora prima di varcare la soglia e penetrare nell’atrio ampio e luminoso per dirigermi in sala professori, io intuivo –da certe occhiate che mi piovevano addosso nel cortile- che sarebbe stato un anno duro.
Un anno pieno di difficoltà e di dolore.
E infatti tutti i miei timori, nel sogno, si trasformavano in realtà.
Scoprivo così che, se in un libro scrivi ciò che pensi e ciò che hai sotto gli occhi tutti i giorni, ti giochi il saluto e la parola di nove decimi di collegio dei docenti.
E uno potrebbe dire: va be’, farò senza.
Ma scoprivo anche che quello che ti giochi è la possibilità di svolgere il tuo lavoro in santa pace.
Tutto ciò che, nel sogno, mi si palesava davanti giornalmente, più che una scoperta, era la conferma a teorie che avevo maturato già da tempo: la gente infelice vive male ed è cattiva, il successo altrui è per molti fonte d’implacabile invidia, certe persone rinunciano perfino al buon gusto, per far del male.
Era un sogno (l’ho detto all’inizio) molto brutto.
Ma più che altro era angosciante vivere quotidianamente quella sistematica sdoppiatura: la mattina essere trattata da cloaca umana e il pomeriggio essere gentilmente contattata da giornalisti, direttori e dirigenti scolastici per proposte di collaborazione incredibilmente gratificanti.
Nel sogno, il mio malessere cresceva esponenzialmente.
Sempre più difficile diventava conservare l’energia buona, che ritenevo irrinunciabile, per entrare in classe.
A volte impossibile era rintracciare il mio sorriso e incollarmelo sul viso sulla soglia dell’aula, per trasmettere la serenità e il buonumore all’insegna dei quali (io credo) si lavora molto meglio.
Avvilente era sentirsi domandare dai ragazzi: “Profe, che faccia strana: è arrabbiata con noi?”.
Non ero mai arrabbiata con loro.
Ma ero talmente offesa, vilipesa, maltrattata e mortificata dagli adulti con cui ero costretta a lavorare, che riuscivo sempre meno a rintracciare quella pazienza indispensabile per relazionarmi coi ragazzi, che amavo invariabilmente, ma ai quali disperatamente non riuscivo più a trasmettere il mio amore né -per un’ovvia questione di buon gusto- potevo raccontare quello che mi stava succedendo.
Nel terribile sogno, il mio stesso corpo manifestava il malessere che mi sentivo in cuore.
Per la prima volta nella vita, contavo i giorni che mi separavano da quello finale.
Per la prima volta in quindici anni di insegnamento, ero felice perché un anno scolastico si stava concludendo.
In quel sogno lungo e infernale, scoprivo che un blog tenuto in vita per dimostrare di non farsi tappare la bocca da gente meschina, in cui però non sia più possibile parlare chiaramente, diventa lentamente un’arma puntata contro se stessi: chi ti aveva conosciuta nella veste originale fa fatica a rimanerti accanto quando il tuo modo di porti è costretto a modificarsi e chi ti conosce per la prima volta in versione forzatamente edulcorata si domanda: tutto qua?!
Appunto: tutto qua?!
E allora, alla fine del sogno terribile che ho fatto quella notte, capivo che chiudere il mio blog era consigliabile, era salvifico, era giusto. Perché una lunga fase della mia vita era conclusa e che quella che stava cominciando meritava di essere protetta.
E dunque questo è il mio ultimo post, il capitolo finale di un libro virtuale che è durato per tre anni. Ho avuto il ruolo alle scuole medie, ho condiviso quell’esperienza insieme a molti lettori e adesso, col ritorno alle superiori, come un cerchio che si chiude, torno alla mia vita di una volta. Che come una volta non sarà, perché in questi tre anni di roba ne è successa. Ho scritto un libro. Poi ne ho scritto un altro. E un terzo è già iniziato. Collaboro regolarmente con un quotidiano. Ho un collegamento settimanale con una radio nazionale. E un famoso mensile mi ha contattata per una proposta (decente).
Ma resta il blog l’avventura più incredibile e più bella che io abbia vissuto. Parlo del primo, quello che nessuno può più vedere da oltre un anno, quello che ho oscurato ma che gelosamente conservo e rileggo di tanto in tanto, l’originale, la mia creatura, nata dal nulla una sera di ottobre e diventata l’occasione che non aspettavo e di cui non avevo bisogno per essere felice, perché lo ero già.
Questo che mi sono ostinata a tenere in vita negli ultimi quattordici mesi è stato una fatica che ho deciso di durare per due motivi solamente. Il primo: dimostrare -a chi credeva di poterlo fare- che la bocca non me la faccio imbavagliare da nessuno e che preferisco passare un anno scolastico da incubo piuttosto che darla vinta a qualcosa che non so se chiamare invidia, oscurantismo, ignoranza o semplicemente cattiveria. Il secondo: per qualcosa che -se la parola non mi paresse troppo impegnativa- mi sentirei di chiamare onestà nei confronti di chi mi ha letto e mi è rimasto accanto per tre lunghi anni, a chi ha tagliato verticalmente in due l’Italia per venirmi ad abbracciare, a chi non ha mai visto dietro a me un’operazione editoriale (che infatti mai c’è stata) ma una donna che ama scrivere, niente di più. Anche mangiare, certo. E un po’ anche bere, chiaro. E moltissimo ridere, è vero. Be’, si, fare anche all’amore, perché no. E avere amici, ovvio. E al mattino sedermi dietro una cattedra (magari dopo una bella serata a mangiare, bere e ridere con gli amici, e poi a fare all’amore col mio uomo) a fare il mio lavoro volentieri.
Ma ora la voglia di chiudere tutto si è fatta più forte di ogni altro desiderio: sento che il rapporto coi lettori non è più quello di prima, e siccome fondamentalmente (brutto fondamentalmente, ne sconsiglio sempre l’uso, però qui calza) sono una cogliona (il Signor Mac si ostina a sostituire l’ultima parola con “fogliona”), capita che ci stia male.
Sento anche che quello che pretendo di più dalla mia vita è sentirmi libera. Non mi interessa tenere in piedi un luogo virtuale in cui non posso più scrivere quello che voglio nel modo in cui lo voglio. Non credo che sia questa la filosofia del blog. Di certo non del mio. E siccome non ho mai pensato di mantenerlo vivo per finalità pubblicitarie, lo uccido. Dolcemente, senza violenza, non con un’arma, ma con le parole. E anche con molto dolore, perché ho amato in modo esagerato il mondo che gli era nato intorno, profondamente leggero e spassosamente serio, un mondo parallelo, che s’incrociava e s’incastrava alla mia vita concreta e quotidiana con miracolosa perfezione.
In contemporanea alla pubblicazione di questo post, diventerà attivo e visibile un sito che è stato fatto per me e che porta il mio stesso nome (a parte un puntocom alla fine che io non ho) in cui saranno esposte quelle quattro cose che ho fatto fino ad ora. Scriverò lì sopra anche qualche pensiero, qualche riflessione. Cercherò di farlo in modo corretto, trattenendo il riso e dandomi un’aria da professoressa vera.
Ma chi mi ha letta per tanti giorni e mi conosce bene saprà che, dietro lo schermo, sarò sempre quella con la bocca allargata, a sganasciarmi dietro la battuta di uno studente, il tic di un insegnante, l’episodio esilarante di una giornata qualsiasi, l’uscita demenziale di chi vive accanto a me. Saprà che, quando non potrò ridere nella vita, sicuramente farò di tutto per ridere di lei.
E siccome in quel sito ho fatto mettere una mail, se avrete qualche cosa da dirmi, scrivetemi anche voi. Io vi risponderò.
Ringrazio tutti gli involontari protagonisti del mio blog, quelli umani come quelli bestiali, dal vicino di casa Pigola al cane Nello, tutti gli amici miei e del Pepo, i colleghi straordinari di cui ho parlato, quelli improponibili di cui ho narrato le epiche gesta, gli studenti che ho avuto e che ricordo, Bergamo e Firenze, la Thailandia e la Maremma.
Un ringraziamento particolare alla mia famiglia, TomTom Daddy e Sgomèa, il Rondine, Patatina Fritta e Piè Veloce Franco, che non mi hanno mai imposto censure, neanche quando magari avrebbero voluto farlo.
Ringrazio tanto anche Davidone, che mi regalò il template e che me l’ha aggiornato puntualmente facendomi dono del suo tempo, oltre che della sua amicizia preziosa.
Ma il grazie più grande, ancora una volta, va al geniale Pepo, accanto al quale tutto si è realizzato e grazie al quale la vita sembra sempre tinta di rosa.
E mille grazie a quelli che sono rimasti sempre, quando c’era tutto e anche quando tutto è purtroppo scomparso.
Lunga vita a ognuno e… occhio ai nuovi blog (rigorosamente anonimi, anarchici e ribelli) in cui v’imbatterete: uno di quelli potrebbe essere il mio.
“Libera com’ero stata ieri
ho dei centimetri di cielo sotto i piedi
adesso tiro la maniglia della porta
e vado fuori”.