PROFE, MI GIUSTIFICO!


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Antonella

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10 giugno 2008
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Antonella Landi
"Storia
(parecchio alternativa)
della Letteratura italiana"
Ed. Mondadori

La mia prima volta



Arte (?)

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testo: gli alunni della profe con la partecipazione straordinaria di Dante Alighieri
voci: la profe e l'autore della musica

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lunedì, 15 settembre 2008

HO FATTO UN SOGNO


In una delle mie tante notti estive (che, fortunatamente, per lo più sono state ininterrotte, pacate e serene come non lo erano più da molto, molto tempo), ho fatto un sogno.
Un brutto sogno.
Dunque un incubo.

Un incubo lungo, lunghissimo, che sembrava durare mesi.
Nove interminabili mesi.

Come un anno scolastico.

All’inizio del sogno era settembre, e io rientravo a scuola.
Ma ancora prima di varcare la soglia e penetrare nell’atrio ampio e luminoso  per dirigermi in sala professori, io intuivo –da certe occhiate che mi piovevano addosso nel cortile- che sarebbe stato un anno duro.
Un anno pieno di difficoltà e di dolore.
E infatti tutti i miei timori, nel sogno, si trasformavano in realtà.
Scoprivo così che, se in un libro scrivi ciò che pensi e ciò che hai sotto gli occhi tutti i giorni, ti giochi il saluto e la parola di nove decimi di collegio dei docenti.
E uno potrebbe dire: va be’, farò senza (considerato specialmente il tipo di docenti in questione).
Ma scoprivo anche che quello che ti giochi è la possibilità di svolgere il tuo lavoro in santa pace.
Tutto ciò che, nel sogno, mi si palesava davanti giornalmente, più che una scoperta, era la conferma a teorie che avevo maturato già da tempo: la gente infelice vive male ed è cattiva, il successo altrui è per molti fonte d’implacabile invidia, certe persone rinunciano perfino al buon gusto, per far del male.

Era un sogno (l’ho detto all’inizio) molto brutto.

Ma più che altro era angosciante vivere quotidianamente quella sistematica sdoppiatura: la mattina essere trattata da cloaca umana e il pomeriggio essere gentilmente contattata da giornalisti, direttori e dirigenti scolastici per proposte di collaborazione incredibilmente gratificanti. 

Nel sogno, il mio malessere cresceva esponenzialmente.

Sempre più difficile diventava conservare l’energia buona, che ritenevo irrinunciabile, per entrare in classe.
A volte impossibile era rintracciare il mio sorriso e incollarmelo sul viso sulla soglia dell’aula, per trasmettere la serenità e il buonumore all’insegna dei quali (io credo) si lavora molto meglio.
Avvilente era sentirsi domandare dai ragazzi: “Profe, che faccia strana: è arrabbiata con noi?”.

Non ero mai arrabbiata con loro.

Ma ero talmente disturbata dagli adulti con cui ero costretta a lavorare, che riuscivo sempre meno a rintracciare quella pazienza indispensabile per relazionarmi coi ragazzi, che amavo invariabilmente, ma ai quali non riuscivo più a trasmettere il mio amore né -per un’ovvia questione di buon gusto- potevo raccontare quello che mi stava succedendo.

Per la prima volta nella vita, contavo i giorni che mi separavano da quello finale.

Per la prima volta in quindici anni di insegnamento, ero felice perché un anno scolastico si stava concludendo.

In quel sogno lungo e infernale, scoprivo che un blog tenuto in vita per dimostrare di non farsi tappare la bocca da gente meschina, in cui però non sia più possibile parlare chiaramente, diventa lentamente un’arma puntata contro se stessi: chi ti aveva conosciuta nella veste originale fa fatica a rimanerti accanto quando il tuo modo di porti è costretto a modificarsi e chi ti conosce per la prima volta in versione forzatamente edulcorata si domanda: tutto qua?!
Appunto: tutto qua?!
E allora, alla fine del sogno terribile che ho fatto quella notte, capivo che chiudere il mio blog era consigliabile, era salvifico, era giusto. Perché una lunga fase della mia vita era conclusa e che quella che stava cominciando meritava di essere protetta.

E dunque questo è il mio ultimo post, il capitolo finale di un libro virtuale che è durato per tre anni. Ho avuto il ruolo alle scuole medie, ho condiviso quell’esperienza insieme a molti lettori e adesso, col ritorno alle superiori, come un cerchio che si chiude, torno alla mia vita di una volta. Che come una volta non sarà, perché in questi tre anni di roba ne è successa. Ho scritto un libro. Poi ne ho scritto un altro. E un terzo è già iniziato. Collaboro regolarmente con un quotidiano. Ho un collegamento settimanale con una radio nazionale. E un famoso mensile mi ha contattata per una proposta (decente).

Ma resta il blog l’avventura più incredibile e più bella che io abbia vissuto. Parlo del primo, quello che nessuno può più vedere da oltre un anno, quello che ho oscurato ma che gelosamente conservo e rileggo di tanto in tanto, l’originale, la mia creatura, nata dal nulla una sera di ottobre e diventata l’occasione che non aspettavo e di cui non avevo bisogno per essere felice, perché lo ero già.

Questo che mi sono ostinata a tenere in vita negli ultimi quattordici mesi è stato una fatica che ho deciso di durare per  due motivi solamente. Il primo: dimostrare -a chi credeva di poterlo fare- che la bocca non me la faccio imbavagliare da nessuno e che preferisco passare un anno scolastico da incubo piuttosto che darla vinta a qualcosa che non so se chiamare invidia, oscurantismo, ignoranza o semplicemente cattiveria. Il secondo: per qualcosa che -se la parola non mi paresse troppo impegnativa- mi sentirei di chiamare onestà nei confronti di chi mi ha letto e mi è rimasto accanto per tre lunghi anni, a chi ha tagliato verticalmente in due l’Italia per venirmi ad abbracciare, a chi non ha mai visto dietro a me un’operazione editoriale (che infatti mai c’è stata) ma una donna che ama scrivere, niente di più. Anche mangiare, certo. E un po’ anche bere, chiaro. E moltissimo ridere, è vero. Be’, si, fare anche all’amore, perché no. E avere amici, ovvio. E al mattino sedermi dietro una cattedra (magari dopo una bella serata a mangiare, bere e ridere con gli amici, e poi a fare all’amore col mio uomo) a fare il mio lavoro volentieri.

Ma ora la voglia di chiudere tutto si è fatta più forte di ogni altro desiderio: sento che il rapporto coi lettori non è più quello di prima, e siccome fondamentalmente (brutto fondamentalmente, ne sconsiglio sempre l’uso, però qui calza) sono una cogliona (il Signor Mac si ostina a sostituire l’ultima parola con “fogliona”), capita che ci stia male.

Sento anche che quello che pretendo di più dalla mia vita è sentirmi libera. Non mi interessa tenere in piedi un luogo virtuale in cui non posso più scrivere quello che voglio nel modo in cui lo voglio. Non credo che sia questa la filosofia del blog. Di certo non del mio. E siccome non ho mai pensato di mantenerlo vivo per finalità pubblicitarie, lo uccido. Dolcemente, senza violenza, non con un’arma, ma con le parole. E anche con molto dolore, perché ho amato in modo esagerato il mondo che gli era nato intorno, profondamente leggero e spassosamente serio, un mondo parallelo, che s’incrociava e s’incastrava alla mia vita concreta e quotidiana con miracolosa perfezione.

In contemporanea alla pubblicazione di questo post, diventerà attivo e visibile un sito che è stato fatto per me e che porta il mio stesso nome (a parte un puntocom alla fine che io non ho) in cui saranno esposte quelle quattro cose che ho fatto fino ad ora. Scriverò lì sopra anche qualche pensiero, qualche riflessione. Cercherò di farlo in modo corretto, trattenendo il riso e dandomi un’aria da professoressa vera.

Ma chi mi ha letta per tanti giorni e mi conosce bene saprà che, dietro lo schermo, sarò sempre quella con la bocca allargata, a sganasciarmi dietro la battuta di uno studente, il tic di un insegnante, l’episodio esilarante di una giornata qualsiasi, l’uscita demenziale di chi vive accanto a me. Saprà che, quando non potrò ridere nella vita, sicuramente farò di tutto per ridere di lei.

E siccome in quel sito ho fatto mettere una mail, se avrete qualche cosa da dirmi, scrivetemi anche voi. Io vi risponderò.

Ringrazio tutti gli involontari protagonisti del mio blog, quelli umani come quelli bestiali, dal vicino di casa Pigola al cane Nello, tutti gli amici miei e del Pepo, i colleghi straordinari di cui ho parlato, quelli improponibili di cui ho narrato le epiche gesta, gli studenti che ho avuto e che ricordo, Bergamo e Firenze, la Thailandia e la Maremma.

Un ringraziamento particolare alla mia famiglia, TomTom Daddy e Sgomèa, il Rondine, Patatina Fritta e Piè Veloce Franco, che non mi hanno mai imposto censure, neanche quando magari avrebbero voluto farlo.

Ringrazio tanto anche Davidone, che mi regalò il template e che me l’ha aggiornato puntualmente facendomi dono  del suo tempo, oltre che della sua amicizia preziosa.

Ma il grazie più grande, ancora una volta, va al geniale Pepo, accanto al quale tutto si è realizzato e grazie al quale la vita sembra sempre tinta di rosa.

E mille grazie a quelli che sono rimasti sempre, quando c’era tutto e anche quando tutto è purtroppo scomparso.

Lunga vita a ognuno e… occhio ai nuovi blog (rigorosamente anonimi, anarchici e ribelli) in cui v’imbatterete: uno di quelli potrebbe essere il mio.

“Libera com’ero stata ieri
ho dei centimetri di cielo sotto i piedi
adesso tiro la maniglia della porta
e vado fuori”.


  



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categorie: arrivederci
venerdì, 12 settembre 2008

L'ULTIMO WEEK-END

Partiamo oggi per l'ultimo week-end in quella terra che ormai sentiamo nostra e nella quale c'è il progetto di trasferirci a vivere per sempre. La pace al posto del caos. Il verde al posto del grigio. I profumi al posto del puzzo cittadino.

C'è una coppia da ospitare, un pegno da pagare, una gatta da strapazzare: il Pìgola e la Marroncina vengono con noi, il Pepo ci porterà tutti a pranzo fuori perché a smettere di fumare poi non ce l'ha fatta, Cina Trattorini sarà già in cima alla salita ad aspettarci.

Mette pioggia. Tanta pioggia. E un calo vertiginoso delle temperature.
Vorrà dire che ci s'abbraccerà e (se non bastasse) s'accenderà la stufa a legna.

Torneremo che sarà un po' autunno.

Lunedì mattina la sveglia suonerà alle 6:45 e io vedrò per la prima volta in faccia i miei studenti: quattordici, quindici, sedici e diciassette anni.

Chissà se loro pensano a me come io sto già pensando a loro.


postato da: laprofepuntoit alle ore 08:25 | p-link | commenti (40): inline | commenti (40): popup
categorie: pensieri, maremmaimpestata
giovedì, 04 settembre 2008

PRESENTAZIONI

I professori di Italiano, Latino e Storia sono ventidue.
Ventitré con me, che sono l'unica nuova.
Questa mattina ci siamo ritrovati tutti insieme in un'aula a pianterreno per fare la tradizionale riunione per materie.
E' durata un'ora e mezzo, ma i primi quindici minuti sono andati via nelle presentazioni: ognuno di loro, guardandomi bene in faccia e nel frattempo sorridendo gentilmente, mi ha detto come si chiama, quanti anni ha, da quanto tempo insegna lì, una frase, una battuta.
Mentre anch'io raccontavo loro la mia piccola storia, pensavo tra me che non mi ricordavo neanche più di come fosse possibile e gradevole stare bene in una riunione come quella.

postato da: laprofepuntoit alle ore 15:19 | p-link | commenti (46): inline | commenti (46): popup
categorie: preside e colleghi
mercoledì, 03 settembre 2008

IL BUONGIORNO

La scuola dove insegnerò quest'anno è enorme.
Così grande, da straripare in altre due sedi.
Ci sono tredici classi prime.
Ogni classe conta una media di venticinque ragazzi.
Gli insegnanti sono centoventi.
Trenta sono nuovi.
L'atrio d'ingresso è dilatato nello spazio e divorato dalla luce.
Le pareti sono bianche.
Le classi sono pulite.
L'aula magna cavolo se è magna.
Molti colleghi sorridono.
Quelli che si conoscono, si buttano le braccia al collo per salutarsi al rientro dall'estate.
Al primo Collegio dei Docenti, una professoressa ci ha invitati alla partecipazione attiva e democratica in tutte le decisioni.
Un'altra ci ha esortati a mettersi un po' a dieta dai progetti.
Io mi sono guardata un poco intorno.
Ho visto due giovani donne che mi osservavano con gli occhi in fuori mentre il labiale sillabava: ma-sei-tu?!
Per quattordici anni non ci eravamo più riviste né sentite.
Insegnavamo insieme all'inizio delle nostre carriere.
E ci piacevamo molto.

 

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categorie:
martedì, 02 settembre 2008

IL CORAGGIO DI FARE IL PRIMO PASSO

Il coraggio di fare il primo passo è fondamentale nella vita.
Franco l’ha trovato un anno e un giorno dopo la sua nascita.
C’era il Rondine a cantare in doccia e Patatina Fritta in cucina a trafficare.
Franco si baloccava col culone in terra, gattonava per rincorrere palline e aggrappandosi alla mobilia si tirava su orgogliosamente, ma fin qui niente di speciale, tutta questa roba qua erano giorni che la sapeva fare.
“Eppure mi sembra che oggi questo bambino stia in piedi in un altro modo” ha confidato Patatina Fritta a mio fratello, raggiuntolo in bagno (bello “raggiuntolo”, mi fa ridere da sola).
“In che senso?” ha chiesto lui a palle insaponate (“a palle insaponate” un po’ meno bello, ma ormai).
“Non lo so… più consapevole… come se avesse altre intenzioni” ha detto lei seria (nonostante la vista delle palle insaponate del suo uomo).
Le intenzioni di mio nipote Franco erano le seguenti: mollare l’angolo di cassapanca a cui stava ancorato e raggiungere suo padre al gabinetto senza tendere la manina grassa alla sua mamma.
Non ci vuole mica nulla.

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categorie: parentado
lunedì, 01 settembre 2008

CINA TRATTORINI STORY


Cina la mi-cina venne spontaneamente incontro a me un giorno che pagavo a Urio (l’accento è sulla u) sei coppie di uova nella penombra del suo garage in piazzetta.
C’è questo signore nel paesino dove abbiamo comprato casa, che tutte le mattine monta una lambretta vecchia più di lui e a velocità lentissima e costante, le ginocchia che gli sporgono di fuori, punta verso il suo pollaio. Ci va in motore perché a piedi sarebbe un po’ distante. Lì lo aspettano (ma anche no) le sue galline, in mezzo a cui egli (sfacciato) s’introduce e va a ciacciare, per controllare le uova prodotte e quindi farne man bassa senza rispetto per la sensibilità materna delle povere pennute.
Le uova di Urio sono le più buone del paesino, dense e gialle che quelle Esselunga dallo shoc diventano pulcini e volano via a togliersi la vita. Per questo tutti gli abitanti vanno a comprargliele e per questo lui le tiene a pianoterra nel garage, altrimenti sarebbe tutto un sali e scendi, sali e scendi per le scale.
“Cosa c’ho tra le gambe?!” mi venne da urlare mentre appoggiavo sul tavolo un euro e trenta e tendevo le mani verso il fagottino. Tra le gambe c’avevo la coda di una gattina nera e bianca che mi abbracciava le caviglie e mi dava accennate spintarelle con la groppa alta e ingobbita.
“Ma guarda…” rifletté Urio a voce bassa. Poi mi spiegò che nessun gatto in quel paese si fa mettere le mani addosso. Questa micia invece non fuggì nemmeno quando io mi abbassai su di lei per sollevarla e osservarla nel dettaglio.
Aveva (ed ha) testa e orecchie nere come la fuliggine delle stufe Argo ma il musino tutto bianco, eccezion fatta per un puntino di Uniposca (nuovamente nero) sulla punta di un naso altrimenti rosato, particolare che fa di lei (ma solo in apparenza) una simpatizzante del nazionalsocialismo tedesco. Anziché chiamarla Hitlerina come a istinto mi era venuto, optai per un meno colto e più banale -ma realistico- Micina, due minuti dopo diminuito in Cina (la mi-cina), in onore di Tina (la gat-tina) conosciuta e adottata a tempo ahimè determinato nell’isola thailandese di Koh Tao. Il cognome Trattorini sgorgò spontaneo dalla brillante fantasia del Pepo, che prima mi accolse con la storica frase “O me o lei” ma cinque minuti dopo cullava quella gatta tra le braccia come un neopadre rimbambito, quantunque lamentandosi dell’inquinamento acustico a cui il felino aveva già iniziato a condannarci.
Cina Trattorini manifesta la gioia di averci incontrati (pettegolezzi animali sostengono che ci chiami Gli Scemi del Villaggio per la misura in cui ci siamo immediatamente azzerbinati alla sua presenza altezzosa) intonando fusa ritmiche e musicali che noi stiamo già raccogliendo in sinfonie ordinatamente numerate e titolate (un esempio per tutti, Sinfonia numero 6: Pennichella pastorale).
In un primo tempo, tra la coppia Pepo-Pepa e la signorina Trattorini intercorse un rapporto esclusivamente fine-settimanale che non fece altro che contribuire a intensificare il desiderio e totalizzare la gioia provata ad ogni nuovo abbraccio seguito alla regolare settimana di astinenza. Al che una domenica sera di oltre un mese fa, giusto un attimo prima di salire in macchina, il portabagagli zeppo e la casa chiusa a mandata doppia, decisi (atque imposi): “La Trattorini viene con noi”.
“Ah sì?! E dove?” chiese il Pepo esterrefatto.
“A Firenze”.
Mi piace il mio uomo quando evita la polemica e mi asseconda nelle benché rare decisioni intelligenti che riesco a prendere nella vita: che senso avrebbe stare lì a contraddire, discutere e convincere l’interlocutore –in questo caso trice- circa la follia della sua idea?
Cina Trattorini rifiutò di albergare nel trasportino grigio e blu che fu già di Chatta, si collocò nella parte posteriore e alta dell’abitacolo e imitò i canini finti degli anni Settanta con la molla dentro il collo, facendosi ipnotizzare dal serpente d’asfalto Grosseto-Siena che si snodava dietro alla Yaris.
All’altezza di Paganico il traffico in eccesso prima fece imbuto, poi fece tappo, al che PPP (Pepo Pilota Pelato) optò per un tragitto alternativo di stradine tortuose e interne che ci consegnarono a Firenze stanchi morti. Cina Trattorini aveva però ampiamente dimostrato di essere immune dal mal d’auto e predisposta ai viaggi di tratta medio-lunga.
Alla gatta fu lasciato giusto il tempo di perlustrare i quaranta metri quadrati dell’appartamento cittadino in contemporanea alle nostre due rapide docce, poi ella ci vide bardarci da sera, riaprire la porta di casa e sparire verso una cena slowfood al Castello dell’Acciaiolo di Scandicci.
Quando rientrammo, la trovammo assai perplessa.
Ma la consolazione al suo smarrimento giunse con una nottata tra le nostre braccia in un letto comunque più piccolo e meno morbido di quello trovato nell’ospitalità riservatale in Maremma. Poiché eravamo rientrati in un giorno festivo, mancava l’occorrente igienico ad accoglierla: in assenza di lettiera e sassolini profumati, Trattorini svuotò il vaso della pianta bella in salottino e cacò in mezzo al terriccio, spalettando con le zampe dopo averla fatta e –conseguentemente- insozzandoci il tappeto bianco cosiddetto del peccato. Va be’.
Il dramma sarebbe però giunto all’indomani, con l’apparir del sole e –avrebbe detto Giacomo Leopardi (che saluto)- del vero, quando la Trattorini mise a fuoco la nuova situazione: in seguito alla repentina scomparsa degli spazi sconfinati e aperti in cui aveva corso per un numero imprecisato di mesi dalla nascita, d’ora in poi avrebbe vissuto in un bi-locale che (mentendo) si definiva tri-, ubicato in pieno centro urbano, privo di balconi e dotato di vista arrapante su giardini e orti sfortunatamente non raggiungibili se non con la morte conseguente a un indispensabile salto nel vuoto improvvisato per disperazione.
Io oltretutto, per una serie di odiosi quanto improcrastinabili impegni a cui non potevo sottrarmi, presi immediatamente a lasciarla sola. Rientrando, la trovavo sempre più perplessa.
Cina Trattorini consumava il suo tempo, che si era incredibilmente dilatato fino a diventare eterno, svaccata sul tavolo rotondo e bianco del salotto, dormendo sulla tastiera di un Signor Mac sempre più nervoso e nutrendosi svogliatamente per assenza di attività fisica e conseguentemente di appetito. Col tramonto e l’abbassarsi delle temperature equatoriali, si affacciava alla porta finestra e invidiava la gattaccia della signora Rosa, grigia, brutta e sterpacchiata ma libera di correre e cacciare.
Fu da lì (io credo) che la Trattorini iniziò ad odiarci. Aspettava la sera per tenderci agguati e usarci violenza. A me incise il naso in profondità. Al Pepo massacrò il braccio sinistro a suon di graffi. Il giallo dei suoi occhi, già spiritati alla nascita, non indicava più curiosità e gioia d’esistere, ma mero rancore. Dopo una notte passata a cercarla nei più remoti pertugi  della casa col terrore che si fosse defenestrata da sola per perdersi in città come la Lia dei Malavoglia piuttosto che soccombere nella prigionia che le imponevamo per una forma di egoismo che solo gli esseri umani si permettono di chiamare amore, io capii. Il mattino dopo, nel momento in cui il Pepo varcava la soglia del suo ufficio, io e Cina partivamo alla volta della libera Maremma.
Da quando l’ho riportata nella sua terra natale, Cina Trattorini mi adora più di prima.
Dopo una nottata consumata tra quattro braccia che se la contendono nel sonno, esce in giardino e si stiracchia, piscia e (elegantemente) caca. Punta, assale e tramortisce una lucertola, lasciandola monca per correre in cucina a fare colazione insieme a noi. Quindi riparte. Va in paese, distrugge i gerani del circolino, si fa inseguire dalla proprietaria, con innata classe schiva i randelli ch’ella (furiosa) le tira. Torna da noi a farsi confermare l’amore che proviamo per lei e se ne va di nuovo. Riappare con due amici, uno tigrato e uno no, che chiedono una colazione, un aperitivo, una cena, dipende dall’orario. Sale sul cipresso e schiaccia un sonnellino. Scende per merenda, risale per la contemplazione del tramonto. La rivediamo a cena e magari quella notte decide pure di passarla fuori, sorda ai paterni rimproveri del Pepo (“Vieni a casa, zoccola”).
Quando, dall'improvvisa comparsa dei bagagli per le scale, percepisce che siamo in procinto di chiudere baracca e far rientro in città, inscena una straziante pantomima che, ispirandosi al repertorio classico del melodramma, passa dalla simulazione di uno svenimento sul tettino della macchina alla sceneggiata di un tentato suicidio sul filo spinato del confine. Regolarmente, niente di tutto ciò che ella minaccia in potenza si concretizza in atto.
Per la strada io piagnucolo un po'.
Ma poi mi tranquilizzo pensando alla ragazza con cui condivido la gestione di Cina Trattorini, una miciofila che abita a cinquanta metri dalla nostra casa e che si prende cura di quel serpente vestito da gatta nutrendola e offrendole un riparo fino al giorno in cui io e il Pepo ci rimaterializziamo in loco portando con noi grandi scorte di cibo e di carezze.
O mythos delòi  che l'amore è tale quando sa essere anche rinuncia, offerta di libertà, comprensione e accettazione delle differenze.
E quando supera l'egoismo per la felicità a lungo termine di chi si ama.
Almeno, io credo che sia così.


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categorie: voglia di pelo
venerdì, 29 agosto 2008

PRONTO

All’università sfiorava il genio.
Aveva una cultura personale profonda, tutti trenta nel libretto e un bel sorriso aperto.
Eravamo amici.
Ma io, accanto a lui, mi sentivo ciò che, accanto a lui, ero: un’ignorante.
Tra le altre cose, però, era anche profondamente umile e del tutto immune dalla spocchia: questo creava un clima di piacevole agio intorno a lui e permetteva a me di parlargli senza sentirmi ogni volta una mezza deficiente.
Frequentammo insieme Luti, Avalle e La Penna.
A lezione, lui diceva sempre: “Ah, sì”.
Io dicevo sempre: “Ah sì?”.
Per la stesura della tesi, fummo affiancati dallo stesso professore, all’epoca assistente.
Mi laureai prima io con un anticipo forse di un anno.
Ma solo perché lui, nel frattempo, aveva già iniziato una carriera come giornalista trasferendosi in una città del nord.
Pensavo a lui un mese fa: mi ero fatta aiutare dalla rete a rinvenire sue notizie, scoprendo così tutta la brillante strada che aveva percorso in questi anni, durante i quali non ci eravamo più sentiti, e avevo sorriso per il suo successo, che immaginavo già quando lo vedevo tutti i giorni, coi jeans scoloriti e le timberland ai piedi.
Questa mattina il telefono è squillato.
Ho detto: “Pronto”.
Una voce ha detto: “Pronto”.

E io ho capito che era lui.
  

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categorie: amarcord
mercoledì, 27 agosto 2008

L’ULTIMO CAPITOLO

Uno pensa che il pericolo corna arrivi sempre da una persona incontrata al supermercato, alla fermata dell’autobus, sul posto di lavoro, in vacanza, ai giardini pubblici, che ne so, nel flusso quotidiano della vita insomma, nella ritualità dei gesti di ogni giorno, nello spaccato cronologico che va da quando esci di casa a quando ci rientri per andare a letto, e invece no.

Io le corna al Pepo gliele ho fatte con un avvocato di Napoli che ho conosciuto in Maremma questa estate, separato, padre di due figli, del maschio in misura sia legale che biologica, della femmina no, ma se la forma segnala questa differenza, nella sostanza cambia poco.

Me ne aveva parlato qualcuno e di lui avevo letto qualcosa sul giornale: l’avvocato a cui mi riferisco comincia ad essere famoso, non per il lavoro che svolge: per il tipo che è. Nella professione anzi, mi dispiace dirlo ma è una specie di fallito, finito avvocato probabilmente senza volerlo veramente, io per esempio (ora che l’ho conosciuto) lo vedrei molto meglio filosofo, intellettuale, nullafacente, comunque pensante. Uomini come lui dovrebbero permettersi di non lavorare, che lavorano a fare mi domando, quando la loro esistenza sarebbe ampiamente sensata anche se se ne rimanessero seduti in poltrona a ragionare, purché a voce alta, per farci sentire cosa stanno dicendo.

Io insomma l’ho incontrato un giorno, tornando da un giretto a Grosseto per vedere un po’ di popolo dopo una settimana di quell’eremitismo che quando non ce l’hai sei convinto sia il fine ultimo dell’esistenza umana e quando ci sei immerso, silenzi e assenze tutto compreso, una mattina all’improvviso ti becchi a chiederti ma tutti gli altri –scusate- dove sono.

Mi mancano gli estremi –a essere onesta- per parlare di colpo di fulmine. All’inizio, al contrario, l’ho notato appena e quello che ho notato mi è piaciuto poco. La solita fregatura ho pensato anzi, uno di quei casi classici di celebrità pompata, uno di quei casi che i letterati chiamerebbero letterario, un tipico esempio di abbaglius populi che si sgonfierà come un bombolone fritto con poca crema dentro.
Le prime frasi infatti nulla, quasi una delusione, ecco lo sapevo.

Così non gli ho rivolto più parola per un paio di giornate, finché l’ho incontrato una seconda volta nel giardino sgangherato a casa mia.

E che ci posso fare, mi sono innamorata. Ma proprio quello che vuol dire innamorarsi: dare asilo nello stomaco a uno sciame di farfalle, convivere languidamente con un fallace senso di fame che invece se vai a cercare la parola giusta nel vocabolario scopri che si chiama struggimento da innamoramento, quando i contorni delle cose li vedi assai più nitidi e precisi, quando ti convinci che risolvere il dramma della fame nel mondo è facile, basta amare, quando intuisci che le guerre sono stupide e assurde perché c’è l’amore che è molto, molto meglio, o quando senti come non avevi mai sentito prima altrettanto chiaramente che la vita, porcatroia!, è troppo bella: basta amare.
E così la faccia mi si è fatta ebete e tonta, lo sguardo sempre perso in cielo insieme a fronte,  punta del naso e occhi, il corpo flessuoso e morbido, scolpito in posizioni in cui non mi ero più piazzata da quando avevo sedici anni e m’innamoravo ogni quindici minuti.

Che stavo smarrendo irreversibilmente il senno me ne sono accorta quando ho smesso di parlare, discutere, ridere e giocare insieme al Pepo perché mi andava molto più di parlare, discutere, ridere e giocare insieme a questo uomo qua. Che sì, fa l’avvocato, ma parla, discute, ride e gioca come un ragazzino, roba che tu credi di non ragionare di un bel niente e a mezza giornata ti ritrovi a dire però!, senti qua che profondità concettuale, senti qua che sugo.

Vincenzo il sugo te lo serve senza che tu te ne accorga, anche se non ti ci va, se ti senti pieno o non hai digerito. Così tu avevi pensato oggi sto leggera, butto giù meno pensieri, mangio meno riflessioni, e poi con lui rimugini su tutto, amore e politica, legami familiari e mutamenti sociali, Gilbert O’ Sullivan e Finardi, tanto da sentirti come dopo un pranzo di nozze, quando torni a casa rintronato dalle forchettate favolose che hai buttato giù eppure a cena metti la tovaglia e sbocconcelli qualche avanzo.

Vincenzo, sì. Si chiama Vincenzo, l’uomo per cui ho perso la testa.

Un nome che, prima di conoscere lui, metteva a tacere in me ogni appetito sessuale. Perché mi sono sempre chiesta: come si fa (obiettivamente), nell’intimità delle lenzuola, a sussurrare oh… sì… sì… ancora, ti prego… sì… Vincenzo… A uno con questo nome a me veniva solo da berciargli dietro ué guagliò, così per fare l’imitatrice dialettale come quei simpaticoni che s’incontrano al mare d’estate. Ma poi ho conosciuto quel  Vincenzo, ed è cambiato tutto.

Lui però purtroppo non mi ama, ed io lo so benissimo.

Non c’è stato neanche bisogno che me lo dicesse, l’ho capito mentre mi raccontava la storia della sua vita: che era sposato con una certa Nives, la bellissima madre dei suoi figli, specializzata in psicologia e (come la maggior parte delle mogli che biascicano i fondamenti di suddetta materia) assolutamente incapace di rendere felice il proprio uomo; che però un giorno lei l’ha lasciato nella solitudine e nella disperazione per mettersi con un altro; che anche coi suoi figli Alagia (sì, un nome assurdo che no, all’inizio non piaceva neanche a lui) e Alfredo (che però lui chiama Alf come il nasone alieno della serie tv), ha dovuto costruirsi un rapporto che ancora non aveva; che neanche il lavoro era per lui fonte di soddisfazione e che addirittura un giorno l’hanno nominato d’ufficio per la difesa di un camorrista (tale Mimmo o’ Burzone) a causa del quale per un certo lasso di tempo avrebbe perso la serenità.

E fin qui magari tutto bene.

Ma poi mi ha detto anche che un bel giorno in tribunale, nella sua vita e più che altro nel suo letto era arrivata lei, questa Alessandra Persiano bella come una donna veramente bella, e che era cambiato tutto.

Così le corna al Pepo gliele ho fatte, ma con la fantasia, sdraiandomi vicino a lui la sera ma continuando a pensare alle sublimi frasi che di giorno mi aveva detto l’altro: Vincenzo.
Che oltretutto ha un cognome da tirare su il morale a qualsiasi depresso: Malinconico.

Vincenzo Malinconico, anche a sentirlo solo nominare, cura ogni malattia, risolve ogni disagio e instilla voglia di vivere e ottimismo.

Vincenzo Malinconico ride dei suoi guai e chiama i complementi arredo Ikea che ha nella sua casa col loro nome proprio (Tullsta, Leksvik, Poang, Skruvsta) e che -per come te ne parla- piano piano anche tu cominci a credere viventi. Se ci parli, con Vincenzo, non dimenticherai mai le frasi che ti ha detto.

Vincenzo Malinconico è il protagonista di un libro delizioso che ho letto in questa estate di intenzionale isolamento e indispensabile (nonché riuscita) riappropriazione (lecita) di me stessa.

Vincenzo Malinconico è l’uomo che ogni donna sogna di incontrare.

Io, in alternativa, visto che Vincenzo Malinconico è una creazione della sua meravigliosa penna, sogno di poter incontrare almeno Diego De Silva (premio selezione Campiello, finalista premio Viareggio, premi Brancati, Fiesole e Bergamo con l’opera prima Certi bambini), per stringergli la mano forte, come forte è stato quello che ho provato leggendo fino all’ultimo capitolo il suo Non avevo capito niente mentre pregavo che non fosse l’ultimo davvero.


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categorie: letture
mercoledì, 30 luglio 2008

IN AVANSCOPERTA

Parto (a minuti) in avanscoperta per i poggi maremmani.
Insieme a Cina (la mi-cina) Trattorini, preparerò ambiente e accoglienza all'arrivo del Pepo, posticipato di qualche giorno per gli ultimissimi impegni lavorativi.
Al mio ritorno, foto, racconti, appuntamenti e incontri, oltre a diverse novità.
Un "antonellalandi.com" a cui qualcuno sta già lavorando, per esempio.

Basia mille (deinde centum) a tutti voi.

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categorie: maremmaimpestata
mercoledì, 30 luglio 2008

QUELLO CHE MI MANCA

Alla cena di famiglia, la mamma del Pepo mi ha guardata con profondo affetto, poi ha sospirato, quindi ha preso fiato e infine ha detto: "Sei una ragazza così intelligente... per essere perfetta ti manca solo di vivere una conversione".

I commenti che si sono susseguiti (soprattutto quelli pronunciati da suo figlio) li scrivo domani.

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categorie: parentado
martedì, 29 luglio 2008

UN ELETTRICISTA TRA LE BRACCIA

Da quando ha posto l'occhio sulle prese della corrente e punta continuamente lo "zanzanò" (dissuasore di pappataci) per staccarlo, infilarselo in bocca e dargli una ciucciatina, SuperFranco ha un nuovo epiteto.
"Come lo potremmo chiamare ora che gli è venuta questa fissa della corrente?" chiedo ieri sera  al Rondine  e  a Patatina Fritta.
"L'elettricista!" sentenziano loro in coro.

L'elettricista mi aspettava in punta alle scale, dietro il cancellino bianco montato da Tom Tom Daddy affinché il nipote non precipiti lungo la tromba delle scale urlando "Eh!".

"Eh" è al momento tutto ciò che afferma il bambino più bello del mondo. Un po' poco, penserete. Ma lo dice così bene e gli conferisce sfumature tali di intonazione, che tutti i contenuti si fanno facilmente chiari.
"Eh!" esclama per dire "Zia! Quanto tempo che non ci si vedeva! O chi te l'ha tirata codesta leccata di mucca sul ciuffo dei capelli? E codesta carrellata di chili in esubero quando l'hai raccattata? E al regalo per il mio primo compleanno c'hai pensato? O zia, tu sei pessima".

"Eh!" aggiunge per dire "Zia, pigliami un pochino in collo te, giù, poi ecco, mettimi per terra che ti fo vedere come mi riesce stare ritto da solo. No zia, ancora non cammino, ma salgo e scendo agilmente dal lettone di babbo e mammina, scalo il divano, mi lancio sul computer, lancio oggetti volanti, ballo seduto, e rido. Maremma zia, ma che lo vedi quanto rido? Non ce la fo a fermarmi, l'è più forte di me".

Scopro che è dal pomeriggio che mio fratello e la sua amata si sfregano le mani pensando al mio imminente arrivo: "Uh bene, stasera se lo spupazza un po' la zia".
Vedrai: pesa dieci chili.

L'elettricista ha superato con orgoglioso successo tutte le prove alimentari a cui lo ha sottoposto il suo pediatra. Non gli fa male nulla, non è allergico a un accidente e gli garba da morire ogni cosa che compare in tavola.
Ieri sera per esempio un arcobaleno di pietanze fresche ed estive, da gustare in un self service itinerante snodatosi tra il soggiorno e il terrazzo proiettato sulle piramidi delle fate.

"Eh!", che vorrebbe dire "Si però mi piace ancora la tetta della mamma!".
L'elettricista è al momento emotivamente legato al capezzolo.
Ci si balocca, ci si trastulla, ci si addormenta.
Prima però manifesta il desiderio di uscire e andare fuori porta.
In piena notte lo portiamo ai giardini e, senza scarpe, lo adagiamo sull'erbolina. Come un ragno timido tira su le gambe e si nasconde i piedi per non sentire più il pizzicorino.
"Eh!" dice affinché (preferibilmente) tu gliene prenda in bocca uno come sostituto di un cono gelato.

"Cazzo! Il gelato!" ci ricordiamo all'una.

Tra giochi, nascondigli, danze e mille racconti, arrivano le due.

Poi (incredibile) arrivano persino le tre.

"A questo punto resta a dormire qua" dicono Rondy e Paty.
Io penso al Pepo sotto la zanzariera che circonda romanticamente il nostro letto giapponese e saluto mio fratello, saluto Patatina e inforco la porta per tornare a Firenze.

Ma prima faccio tappa nella stanza dell'elettricista, che assume una posizione assurda per dormire: la fronte inchiodata di punta sul guanciale, le mani messe a pugno altezza petto,  le ginocchia piegate, la schienina rosa e il culone imbottito rivolti verso il creatore.



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categorie: parentado
lunedì, 28 luglio 2008

UNA BELLA SERATA

L'ultima volta che ero stata a Piombino avevo cinque anni e fui morsa alla bocca da un cane.
Si chiamava Snoopy, era un cocker biondo come me e di me era molto geloso. Infatti bastò che la sua padrona mi facesse un complimento accompagnato da una carezza: Snoopy mi si avventò contro e mi sbraciolò un labbro. Me lo ricordo ancora alla perfezione: piansi disperata. Ma non per il dolore o per la paura. Per il dispiacere. Come poteva, un membro della specie che già allora era la mia prediletta, accanirsi proprio contro di me? La reazione che chiunque si sarebbe aspettato, tuttavia, da parte mia non venne mai: l'incidente non mi segnò, il mio amore per i cani restò immutato e io seguitai come prima a martellare i miei genitori affinché me ne prendessero uno.

Ma insomma si diceva di Piombino.

Da piccina a Piombino ci andavo spesso perché la zia Annetta vi abitava.
Aveva una deliziosa villa a Salivoli e io ci trascorsi alcune estati baloccandomi con la tartaruga del giardino che spendeva la sua vita nella indefessa ricerca di un pertugio da cui fuggire.
Di quella cittadina non avevo nessun ricordo, perché il mio mondo terminava appunto nel giardino della zia e tra le stanze frescoline di quella casa strapulita.
Poi ci ero ripassata tante volte, ma non mi ci ero più fermata, proiettata com'ero verso il porto da cui imbarcarmi per raggiungere l'Elba.

Sabato scorso invece l'Amministrazione Comunale mi aveva ufficialmente invitata a partecipare alla rassegna "La Cittadella degli Incontri".
Era l'unico appuntamento estivo che avevo salvato dal radicale annullamento delle altre date operato nel momento in cui avevo preso coscienza che tutto ciò che mi ci voleva in questa estate era lo stacco da tutto e da tutti. Io credo nelle sensazioni e nel positivo (o negativo) scambio delle energie. E da Piombino era arrivata una ventata buona e profumata, che puntualmente non ha deluso.

Che avevo fatto bene ad accettare l'ho capito non appena ho messo piede all'hotel Italia, dove gli organizzatori avevano prenotato per me e per il Pepone una matrimoniale.
Lo possiede e lo gestisce con cura amorevole e familiare una signora deliziosa che è stata insegnante di scuola elementare per molti anni. Poi, con suo marito -ex insegnante come lei- ha deciso di avviare questa diversa attività. Chi si sa relazionare bene con la gente, può fare il mestiere che vuole e lo farà sempre bene.

Il Pepo sognava un'abbuffata a uno dei tanti ristoranti di pesce concentrati in quel budellino di centro storico che prepara allo sbocco in piazza Bovio (dove un giovanissimo Tom Tom Daddy si lanciò all'inseguimento di un automobilista perché costui lo aveva superato facendogli le corna dal finestrino). Invece il Comune fa allestire per i suoi ospiti un incredibile buffet nei locali del Museo della Cittadella e insospettabilmente ci siamo ritrovati a consumare una cena itinerante di alto livello gastronomico a cui si sono mescolate anche le prime parole con coloro che avrebbero gestito la serata, in primo luogo la persona che di lì a poco mi avrebbe intervistata, la giornalista e scrittrice Maria Antonietta Schiavina, una donna elegante nell'aspetto e nei modi con cui è stato un piacere chiacchierare, in pubblico e in privato.

C'erano diverse persone, c'erano alcuni professori, c'era tanto caldo e c'era anche un po' di pioggia.
Ma più che altro c'era un bellissimo clima umano ed io -per stare bene- non ho sentito il bisogno di nient'altro.


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categorie: eventi, interviste
martedì, 22 luglio 2008

PRIMA DI RIPARTIRE

Blogger e bloggeresse: Cina Trattorini.

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categorie: voglia di pelo
venerdì, 18 luglio 2008

COME ERAVAMO

Io ero giovane.
Lui, semplicemente, era.

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categorie: amarcord
venerdì, 04 luglio 2008

DE VITA SELVATICA

Questione di ore, poi partiremo per la prima fettina di vacanze maremmane.

Non un fine settimana e via: dieci giorni tutti di seguito.

Ne conseguirà quanto già ampiamente prevedo: un ritorno alla natura selvatica insita in tutti noi, che però le sovrastrutture cittadine inquinano, ammorbano, modificano e nascondono sotto la falsa dicitura di civilizzazione urbana.

Quant'è provvidenziale, invece, l'incivilizzazione agreste.

Con un unico ricambio ti ci spari l'intera permanenza. Ai capelli (se li hai) lasci fare tutti i versi che vogliono. Ti cambi le mutande solo per una questione di rispetto di te stessa e di chi ti sta accanto. Ma i piedi li lasci sudici e liberi in logore ciabatte, il corpo lo tieni seminudo con la scusa che fa caldo e la mente la stacchi da tutti gli intorti della quotidianità.

Lasci che il tempo si riappropri di tutto quello che era sempre stato suo e, in questo modo, lui magicamente si dilata: un minuto ne vale almeno dieci, in un'ora puoi fare mille cose. In questa dimenticata assenza di orari serrati e appuntamenti improcrastinabili, una giornata diventa lunga, lunghissima, infinita, intrisa di simboli e densa di segnali che la natura semina qua e là: numerosi esemplari di cacchine di ghiandaia, ad esempio, ne testimoniano un vistoso insediamento proprio dietro casa tua.

Già dopo le prime, poche ore di permanenza, il tuo corpo inizia a trasformarsi, beato soggetto di una metamorfosi da panismo cosmico. La piega del braccio, se ci infili il naso e annusi, ha lo stesso odore di quando -ragazzina- andavi al campeggio estivo e, per la smania di divertirti, dimenticavi di lavarti e improfumarti. Puzzi cioè di quel lezzino sano che in città l'arrogante e invadente smog sotterra.

I rapporti umani si manifestano nella loro natura più essenziale: poche chiacchiere vuote, profonda concretezza, zero stress e qualche bestemmia qua e là, come a seminare.

Il cibo sa di cibo. L'insalata scrocchia e rumoreggia, le zucchine hanno un sapore brioso ed espansivo, le pesche celano una dolcezza che assomiglia alla sensualità.

La giornata offre opportunità preziose: leggere sprofondati nell'uovo lungo dell'amaca, camminare nei boschi di quercia, oziare sull'erba abbracciata a una gatta che passava di lì e a cui sei piaciuta, preparare marmellata con le albicocche del tuo albero, raggiungere le spiagge dell'Argentario, puntare alla vetta dell'Amiata, fingere di tornare al decimo secolo avanti Cristo visitando gli antichi insediamenti etruschi. Quando il tramonto arriva, fermare l'auto ovunque tu ti trovi e fare come ti diceva il tuo professore di filosofia al liceo: contemplare quell'infinito e, in quella prospettiva, riflettere sulla pochezza di ciò che l'uomo chiama guai. Quando la notte cala, buttare una coperta in terra, distendertici sopra a pancia in su e, accanto alla persona che divide tutto questo insieme a te, guardare il film più bello che non pretende neanche un biglietto da pagare.  


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categorie: maremmaimpestata
mercoledì, 02 luglio 2008

UNA VITA DA PRECARIA

Dopo tre anni di posto fisso alle scuole medie, avuto il passaggio di ruolo alle superiori a Borgo San Lorenzo, torno alla sana vita da precaria con la presentazione della domanda per l'assegnazione provvisoria in una scuola di Firenze.

Per una che odia l'immobilismo, la ripetitività, l'invariabilità e la prevedibilità, tutto questo significa rinascere.


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categorie:
mercoledì, 02 luglio 2008

POSSO DARLE DEL TU?

Ricevo e pubblico sms in versione integrale:

"Buongiorno profe, oggi mi sono svegliata presto e sono andata alle superiori per confermare l'iscrizione. Adesso posso smettere di chiamarla profe, vero? E anche di darle del lei?".

Io le ho detto "vadi sciorta", ma lei non ce la fa.


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categorie: ex studenti
martedì, 01 luglio 2008

OMONIMIA E CASO

Entro in un negozio e incontro uno con cui, per curioso caso, mi metto a chiacchierare.

Scopro così che ha remote origini valdarnesi.

Che ama la scrittura.

Che sta lavorando a un libro.

Che tiene un blog su splinder.

E che ha il mio stesso cognome.

Ci parlo per -non so- un'oretta?

Poi lo saluto, esco dal negozio e torno a casa (tutta un'altra zona).

Davanti al portone trovo il fotografo che mi aspetta per quella decina di scatti fissati.

Quando il fotografo se ne va, faccio la doccia, mi cambio e parto per raggiungere i miei a cena.

Ma ho un calo d'energia e decido di fermarmi a prendere un succo di pompelmo in un bar che trovo sulla via (tutta un'altra zona ancora).

Scendo dall'auto e mi sento chiamare per nome.

Guardo in alto, distinguo una figura maschile, ma senza occhiali non la metto a fuoco.

"Chi sei?!" gli bercio dall'asfalto che mi ribolle sotto i piedi.

Era il mio omonimo conosciuto due ore prima in quel negozio.

-:-

Potrebbero sembrare le "Notazioni" per una nuova versione degli Esercizi di stile  di Queneau.

E invece no, tu pensa il caso, è tutto vero.


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categorie: varie ed eventuali
martedì, 01 luglio 2008

COSCE GRAFFIATE

"Oddio! Chi è stato a ridurti le cosce in codesto stato?!" urla Sgomèa quando mi alzo la gonna zingaresca e le mostro graffi di lunghezza variabile (7-13 cm) evidentemente fatti di fresco data la colorazione rossa.

Poi però, saputa l'identità dell'autrice del passionale gesto, sorride. Lo sguardo, intanto, le si inumidisce commosso.


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categorie: voglia di pelo
lunedì, 30 giugno 2008

DE AMORE

Per questo amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l'anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazioni di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svegliati.

Amore è violazione dell'integrità degli individui.

La sola cosa capace di aprirci all'altro.

(Umberto Galimberti) 

La cosa più difficile da trovare nei legami amorosi

è l'amore.

(Francois de La Rochefoucauld)


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categorie: pensieri
venerdì, 27 giugno 2008

CHIAMATA CON SORPRESA

Tu un bel giorno chiami il tecnico che ti installi una nuova linea telefonica e ti ritrovi in casa uno studente avuto all'Istituto Tecnico Industriale quattro anni fa.

Scusate, torno di là a ragionare, ricordare, rievocare, raccontare e (più che altro) ridere col Falu.

 


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categorie: ex studenti
giovedì, 26 giugno 2008

A SBAGLIARE LE TRACCE

A proposito di tracce d'esame sbagliate, divertita leggo (sul Corriere della Sera) e passiva riporto:

1) "Sei nella terra fredda sei nella terra negra": in questo commovente epicedio, il prolifico quanto sfortunato Poeta canta lo strazio per la sepoltura separata dei suoi dodici figli, per metà in Groenlandia ("sei nella terra fredda"), per metà in Mozambico ("sei nella terra negra"). Il candidato commenti, in Carducci, la tendenza all'impiego di un linguaggio non politically correct ("negra" per "di colore").

2) "Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand'ella altrui saluta". Ovvero, cortesia e falsità nella Firenze bottegaia del tardo Tredicesimo secolo. Il candidato, sulla falsariga di Dante, biasimi anche in certe cassiere  dei nostri giorni la tendenza a "parere" gentili e oneste, senza però rilasciare il regolare scontrino fiscale.

3) "Chiare fresche e dolci acque". Il candidato valuti l'efficacia pubblicitaria di questo celebre verso petrarchesco, celebrativo delle sorgenti di Valchiusa, a confronto del più recente "Altissima, purissima, levissima" dell'altoatesino Reinhold Messner.

4) "Vaghe stelle dell'Orsa io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi". Il Poeta esprime qui tutto il suo disappunto, come utente ("ancor per uso") delle ferrovie recanatesi, nel trovarsi davanti, per l'ennesimo sciopero, i capi-popolo insieme fumosi e malati di protagonismo ("vaghe stelle") di una siglia del sindacalismo di base ("l'Orsa"). Il candidato apprezzi, in Leopardi, la pionieristica sensibilità alla regolamentazione del diritto di sciopero.

5) "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie". Variazioni climatiche e meteo impazzito già ai tempi di Giuseppe Ungaretti. E' primavera ("sugli alberi le foglie"), ma piove e fa un freddo becco ("si sta come d'autunno"). Il candidato dica un po' lui dove andremo a finire di questo passo.


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categorie: vita di classe
venerdì, 20 giugno 2008

THIS IS THE END

Gli esami sono finiti.

Vado in pace.

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categorie: vita di classe
giovedì, 19 giugno 2008

PROFE, VADI SCIORTA

In questa (quasi conclusa) esperienza alle scuole medie, ho avuto in classe uno studente particolarmente riottoso nei confronti del congiuntivo e spiccatamente originale nella dizione dei lemmi italiani (che lui pronuncia itagliani).

Ma io amo far tesoro delle sfumature della lingua e salvare nella mente certe peculiarità di natura squisitamente lessicale.

"Profe, vadi sciorta!" mi diceva sempre quando intendeva farmi coraggio, esortarmi a buttarmi in un impegno, in una scommessa, in un'iniziativa.

Intendeva dire: professoressa, vada sciolta, cioè libera, fiduciosa, disinvolta. Non abbia alcun timore.

Ho appena rilasciato un'intervista radiofonica a cui tenevo.

Mentre aspettavo il collegamento, ero un po' tesa.

Mi sono detta, con la sua voce: "Profe, vadi sciorta".

M'è preso il ridere. E mi sono salvata.


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categorie: interviste, fiorentinità
giovedì, 19 giugno 2008

STRETTA DI MANO

Finora ci eravamo sempre salutati con bacini e abbraccioni.

Alla fine del colloquio orale, saluto i ragazzi che ho avuto per tre anni con una stretta di mano vigorosa e adulta.

Improvvisamente mi rendo conto che sono cresciuti, che ognuno prenderà la propria strada e che la nostra avventura insieme è davvero finita.

E può darsi che sia cretina, ma mi si forma un nodo in gola difficile da buttare giù.

 


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categorie: vita di classe
giovedì, 19 giugno 2008

MI CI SCAPPA DA RIDERE

Ieri, agli orali di terza media, parlavo con un mio studente della relazione omosessuale intercorsa tra Arthur Rimbaud e Paul Verlaine. 

Contemporaneamente, il Ministero della Pubblica Istruzione invitava i maturandi a commentare "il ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile" in una poesia di Eugenio Montale, notoriamente dedicata ad un uomo.

 


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categorie: vita di classe
mercoledì, 18 giugno 2008

FATE L'AMORE (E POI FATE L'ESAME)

Parte oggi, per cinquecentomila studenti italiani, la Maturità.

Lo so, "Maturità" non si dice più. Si dice "Esami di Stato". E' uguale. Ci siamo capiti.

Sorbendo il mio caffè nero e bollente, leggo dalla stampa on-line:

La sessuologa Chiara Simonelli, docente di Psicopatologia dello sviluppo sessuale e affettivo all’Università La Sapienza di Roma, sfata il mito della «clausura» pre-esame, suggerendo a tutti gli studenti che passano le notti precedenti (e quelle tra una sessione e l’altra) in compagnia solo di libri e termos di caffè, di concedersi qualche distrazione. «Il sesso è importante per scaricare l’ansia – spiega la dottoressa Simonelli – e provoca una bella discesa di endorfina, si dorme meglio e si è più concentrati».

Poi, quando do lo stesso consiglio ai professori, c'è chi grida allo scandalo.


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categorie: vita di classe
martedì, 17 giugno 2008

STACCA, STAKANOVA

Dieci ore a scuola.

Tutte di fila.

Tutte insieme.

Tutte di seguito.

Vigila, correggi, scrivi, registra, verbalizza, ratifica.

Ora basta.

Ora stacco.

Ora esco a prendermi la meritata ricompensa.


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categorie: vita di classe
lunedì, 16 giugno 2008

A BUON INTENDITOR

La pazienza è amara,

ma il suo frutto è dolce.

(Jean Jacques Rousseau)


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categorie: brevi
lunedì, 16 giugno 2008

LA MIA SPOON RIVER

L'erba è cresciuta sfacciata e spietata, coprendo le pietre che delimitano la sua tomba.

"Ecco qua... adesso ci pensiamo noi..." ha detto la mia mamma, accovacciandosi per terra.

Ho dimenticato di essere vestita integralmente di bianco, e mi ci sono seduta anch'io.

Anzi, distesa.

Speravo che dalla terra risalisse l'energia buona che il mio cane era in grado di trasmettermi quando mi vedeva triste e non poteva fare a meno di aiutarmi con lo sguardo, che mi puntava dritto in faccia; o con la coda, che seguitava ostinato ad ondeggiare nel testardo tentativo di tirarmi su; o con le zampe, che mi appuntellava al petto affinché fosse più facile per lui arrivare a baciarmi le gote con una slinguazzata buttata là, nell'aria, e dove arriva arriva.

La mamma sradicava lunghe erbacce dure, strappando dalla terra radici bianche sporche di terra.

Io pensavo: pensa come sarebbe bello se, aggrappato a una radice, saltasse fuori lui.

Tra le nuvole che si correvano dietro in un cielo incerto, l'ho visto uscire, sudicio e terroso come Uma Thurman in Kill Bill volume boh, ma perfettamente in grado di respirare, muoversi e tornare a vivere come se non fosse mai stato rinchiuso in una bara e sepolto in una tomba.

E come lei si mette sulle tracce dei nemici affamata di vendetta, ho visto lui che -naso a terra, coda a antenna- ci veniva a cercare affamato di pappa e d'amore.

"Via, via queste erbacce, fate respirare l'amore mio".

Mi ha svegliata la voce della mamma, che è sempre alta e squillante e solo alla tomba di Nello si affievolisce e si fa tremula e strozzata.

Ho visto che lui era accanto a me, ma rimaneva morto a dispetto di tutti i miei desideri.

Così mi sono alzata, ho spolverato i pantaloni, mi sono fatta un po' lontana e, chinandomi sui fiori, ho raccolto per lui tanti papaveri, rossi e travolgenti come tutto quello che ho provato da quando ho avuto la fortuna di averlo nella vita, anche dopo la sua morte.

"Voglio vedere se, quando non ci sarò più, farete anche a me tutti codesti versi" ha detto il babbo dal sentiero.

"Ma non s'era detto che a te ti si dà foco?!".

"Ah già, è vero".

_._._._._

(dedico questo post alla mia amica Cinzia, che adesso sa, purtroppo)

 


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categorie: voglia di pelo